Un’accoglienza gratuita per relazioni educative di valore con adolescenti

25 Gen 2021 - Adolescenti

Un’accoglienza gratuita per relazioni educative di valore con adolescenti

“Ogni uomo, anche se condizionato da gravissime circostanze esterne, può in qualche modo decidere che sarà di lui.” (V. E. Frankl). 

A Cura del Dott. Canziani Cristian pedagogista educatore

Spesso, quando ci accostiamo a dei quattordicenni intimiditi, a dei quindicenni che tentano di scivolare via oppure ad alcuni sedicenni apparentemente invincibili che affrontano le solite tensioni tra ormoni a mille e domande misteriose e molto profonde, ci dimentichiamo che, un giorno, essi diverranno uomini e donne con una propria idea sul mondo circostante, su ciò che hanno vissuto e vivono, avranno diritto di voto e trasmetteranno valori, a loro volta, alle generazioni successive.

In questo contesto sociale, in campo educativo, uno degli esercizi che vengono chiesti a noi operatori (che chiameremo educatori per dare “profondità di senso” ad una presenza attiva che non è solo formalmente professionale) della formazione umana è di accompagnarli partendo da ciò che sono, da ciò che vivono e da ciò che sperimentano oggi.

In primo luogo, ci viene chiesto di esserci con delle caratteristiche molto chiare.

In un mondo globale in cui le istituzioni sembrano aver lasciato fin troppo spazio educativo a multinazionali dedite alla divulgazione culturale, alla distribuzione di serialità drammatiche o di intrattenimento, viene chiesto all’educatore di esserci gratuitamente come contraltare rispetto ad una cultura economica che sta facendo del logaritmo la sua nuova moneta di scambio. 

Possiamo perdere tempo nello “stare insieme” senza che questi minuti vengano per forza decodificati? Possiamo dedicare tempo ad un ascolto che esca da traiettorie programmate ma che permettano una prima accoglienza di diventare feconda per possibili strade percorribili? Queste domande non devono essere provocazioni che vanno a creare disagio tra i colleghi: dovrebbero, invece, poter divenire opportunità e materialità educativa di primo impatto per permettere relazioni educative più autentiche e meno meccaniche.

Oltre ad esserci gratuitamente, gli educatori sono invitati a vivere nello stesso mondo complesso e quindi accettandolo “così com’è” (seppur con quello sguardo di critica che contraddistingue l’onesta pedagogia). Possiamo, quindi, permetterci di educare pensando di eludere gli studi della complessità perché “tutto complica”? Eppure, con onestà, in troppi lavori di equipe vi sono scontri (sembrerebbe ideologici) tra scuole di pensiero che null’hanno di utile al benessere della cura del ragazzo o della ragazza che ci sono affidati. Sembra, pertanto, utile un lavoro sincero di equipe in cui si mettano in chiaro le visioni di mondo in cui tutti noi viviamo e non vi sono inseriti solo i ragazzi poiché facciamo parte della famiglia umana. 

Altra caratteristica che si desidera annotare è la liquidità o, meglio, la rottura degli etichettamenti a cui siamo stati spesso abituati con il forte rischio di sostituirli spesso con terminologie prese in prestito dal mondo psicopatologico. Ad esempio, possiamo provare a pensare a tutto ciò che ruota attorno alla violenza e spesso viene racchiuso nel grande tema del bullismo / cyberbullismo. Senza sminuire la ricchezza di studi e di metodologie più che valide in merito, la relazione educativa fatta di vissuto tra l’educatore e l’adolescente, l’ascolto e il sentirsi accolti con tutte le fragilità del caso, spesso necessità di una profondità maggiore che vada oltre ad una consapevolezza di definizione psicopatologica, per permettere di creare il giusto dialogo, la giusta distanza ed, al tempo stesso, quell’alchimia che dica, anche senza parola: “sono qui, siamo qui… ed ora, proviamo a camminare insieme!”. Parafrasando un metro di giudizio del mondo culinario, si direbbe che non vi è la giusta dose tra le componenti: è umilmente, “Quanto Basta”. Per far ciò, sembra fortemente necessaria la cosiddetta: sospensione di giudizio.

In secondo luogo, ci viene chiesto di prestare particolare attenzione ai dettagli. 

Etimologicamente, la parola “dettaglio” non sembra avere una grande storia alle sue spalle: proviene dal mondo del commercio, in particolare dal verbo “tagliare” e significa “vendita di mercanzie in piccole quantità” (Fonte: etimo.it). Oggi, viene utilizzato anche per dire: “minutamente, nei particolari” (Fonte: treccani.it). È probabilmente necessaria questa specifica culturale, per spiegare ancor meglio l’importanza di tale caratteristica.

L’educatore, ancor di più con un adolescente, è chiamato a prestare attenzione ai dettagli della relazione, a ciò che viene detto (anche non dalle parole) rendendo il tutto il più naturale e accomodante possibile, al contesto che potrebbe aiutare a legare anche i cinque sensi vivendo un’esperienza educativa che permetta di ricordare meglio non solo ciò che si riesce a condividere verbalmente ma, eventualmente, anche attraverso gesti, immagini, sapori, profumi, musiche, alla quotidianità e, quindi, al proprio vissuto, alle abitudini, alle fragilità, al presente condivisibile. 

Nel concreto, penso ai diversi ragazzi con cui spesso sono chiamato ad accostarmi: quanta musica ho imparato da loro e come essa sia proposta non solo per sfogarsi ma anche per rielaborare grandi ferite e forti solitudini che oggi si vivono sempre più frequentemente, quanti silenzi che sono divenuti più potenti se lasciati sedimentare nel tempo giusto e non “stoppati” perché ritenuto tempo perso, quante foto dei social o del proprio quotidiano sono state condivise, commentate dal vivo, osservate con punti di vista nuovi e impensabili e quanto abbia fatto meglio un cappuccio e una brioches alla crema in un bar anziché una triste stanza sporca con un neon ballerino! 

Diversi adolescenti sembra che cerchino educatori perché affamati di vita nuova, di vita diversa da quella che spesso non gli viene prospettata, perché desiderosi di cogliere possibili alternative. Altri, invece, perché sentono di poter continuare un percorso appoggiandosi, con fiducia, a chi può donargli ancora qualcosa. Altri, ancora, perché percepiscono che attraverso un percorso educativo possano essere ascoltati, accolti, rinforzati e si sentono meno sballottati come se fossero barchette sperdute in mare mosso. Altri sono chiamati forzosamente (coattamente) ad essere seguiti: a loro, quindi, viene chiesto, prima di tutto, di fare un grandissimo esercizio di fiducia e di realtà con il tempo giusto: quasi come se fosse una danza o, peggio, una lotta sempre più o meno in tensione. 

In tutte queste sfumature, tutto può cambiare solo se l’operatore, se scegliere di essere educatore, li accetta così come sono ed essendo consapevole che un giorno liberamente essi diverranno senza troppa ansia, uomini e donne, padri o madri, operai, manager, politici, contadini o ladri, sacerdoti o religiose.

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