Proviamo a riflettere un po’ insieme….
4 Ott 2025 - Adolescenti
Oggi parlare di adolescenza significa, inevitabilmente, parlare un po’ anche di disagio. Non di un disagio generico, ma di una fatica profonda che attraversa i ragazzi e le ragazze nella loro crescita. Una fatica che si esprime con linguaggi inediti e che spesso sorprende o spaventa gli adulti: crisi improvvise, chiusure radicali, attacchi di ansia, ricorso alle sostanze, gesti autolesivi, esplosioni di rabbia o violenza.
l’adolescente di oggi, lo sappiamo, è figlio di una società radicalmente diversa da quella di pochi decenni fa. Non cresce più con l’idea di dover trasgredire o ribellarsi per conquistare libertà: spesso si trova a deludere le aspettative di genitori e adulti che, invece, si sono mostrati da subito disponibili, affettuosi, accoglienti. Il paradosso è che, mentre i genitori moderni sono pronti a dire “ti voglio bene così come sei”, i figli avvertono con forza il rischio di non essere all’altezza di un modello ideale, di non riuscire a incarnare quel sogno che gli adulti hanno riposto in loro.

Anche da qui nasce un disagio silenzioso, fatto di vergogna, senso di inadeguatezza, paura di deludere. Non si tratta più della ribellione contro norme rigide, ma del peso di un vuoto identitario, di una difficoltà a costruire un senso di sé che non dipenda soltanto dallo sguardo degli altri.
La sofferenza adolescenziale oggi, spesso, è una sofferenza muta, che non trova parole per essere detta. Il corpo, allora, diventa il teatro principale dell’espressione del disagio: tagliarsi, bruciarsi, tatuarsi compulsivamente, rischiare con sostanze o comportamenti estremi. Sono tutti modi per “scrivere” sul proprio corpo ciò che non riesce ad essere detto.

Ed è proprio qui che emerge la gravità della situazione: se non intercettato in tempo, questo disagio rischia di trasformarsi in agiti violenti o autolesivi, fino ad arrivare al gesto estremo del suicidio.
Per questo è urgente che la comunità adulta, genitori, educatori, insegnanti, allenatori, sacerdoti, impari a leggere questi segnali non solo come “capricci” o “modi per attirare attenzione”, ma come grida d’aiuto. La psicologia ci insegna che dietro ogni gesto estremo c’è una domanda radicale di riconoscimento e di amore.
Cosa serve, allora?
• Interventi rapidi e competenti, capaci di cogliere la serietà del disagio senza minimizzarlo.
• Spazi di ascolto autentico, dove i ragazzi possano raccontare le proprie fragilità senza sentirsi giudicati.
• Adulti disposti a mettersi in gioco, non per dare ricette o soluzioni immediate, ma per stare dentro la fatica dei giovani, accompagnandoli a trasformarla in domande, parole, relazioni.
l’adolescente, lo sappiamo, non chiede adulti perfetti, ma adulti affidabili, capaci di reggere la delusione, di tollerare la frustrazione e di testimoniare che la vita, anche nelle sue fragilità, resta degna di essere vissuta.

Oggi più che mai, se vogliamo evitare che il disagio adolescenziale si trasformi in tragedia, dobbiamo smettere di rincorrere l’emergenza e imparare a abitare con responsabilità il presente dei ragazzi.
È lì, tra le loro solitudini e i loro silenzi, che si gioca la sfida educativa e umana più grande.
Dott.ssa Stefania Capoferri